Mensile di studi e attualità · dal 1957
Recensioni
di Tiziana Migliaccio
Numero 733 · marzo 2022

Antonio Di Mauro, Società italiana spiriti, Stampa2009, Azzate (VA) 2020, pp. 108, euro 14.
Nel giugno del 2020, congiuntamente al respiro di una breve tregua concessa a un mondo sprofondato nella pandemia, è uscito il nuovo libro di poesie di Antonio Di Mauro, Società Italiana Spiriti
Un libro che racchiude liriche concepite in altri tempi, di altri tempi, che della pandemia non sapevano niente e con un titolo ancipite e bifronte, volutamente anfibologico.
Porta in prima battuta il retrogusto della S.I.S., società milanese, fondata a Roma, che si allungava lungo tutto lo stivale, nel tentativo di approvvigionarsi la produzione di alcol, fino alla Sicilia, facendosi così italiana a tutti gli effetti.
E poi c’è la società degli spiriti, quelli eletti, dei megalopsicoi, delle anime grandi che sentono gli oggetti doppi, come scriveva Leopardi, che scrivono lettere ai trapassati, come facevano tra gli altri Montale, Raboni, Caproni… che dilatano narrativamente il verso, come era solito fare Gozzano.
Anche questa è una società tutta italiana, e difficile è dire se Di Mauro appartenga più alla prima che alla seconda società, o piuttosto non sia socio, per diverse motivazioni fatali, di entrambe.
Nelle Storie dell’età dell’oro, prima vera sezione del libro, si ripercorre con l’infanzia, la vera età dell’oro, la storia di una distilleria e del suo fallimento, con l’olezzo delle vinacce e degli alambicchi svaporati, dal 1930 fino al crollo del 195…, sotto gli artigli, invisibili ma grifagni, di un «avvocato del diavolo».
Insieme ai vapori e agli afrori dei distillati, si rievocano proustianamente i personaggi che popolarono quel tempo remoto e vivido: Donna Concetta, Michele, Elena…e tutto quel «piccolo universo dove/ si consumavano minime vicende», storie irrilevanti per l’umanità, ma nettamente stagliate nella memoria privata dell’autore.
Un caleidoscopio di immagini che risalgono dalle profondità dell’infanzia, in cui, come accade, i ricordi mescolano, in un abbraccio ossimorico, felicità e brutalità, che appartiene agli adulti, ma spesso trova il megafono ingenuo dei bambini per amplificarsi: «è fallito il tuo, dice il mio papà, … Diventerete poveri!», e ad asciugare le lacrime fanciulle accorre nel ricordo il vecchio Giulio, cane tutto bianco eppure ancora pronto a ogni nuova corsa. Ed è così che le morti diventano puro spirito, ottimo per la distilleria dell’anima, che ama indugiare nella decantazione di chi non c’è più.
E continuano su questa scia i Frammenti di lettere a familiari e amici, che popolano ormai, in gran parte, il mondo di là, nel gesto folle e appagante di continuare o recuperare un dialogo con l’altrove, da cui, si sa, non si aspetta risposta: la madre, gli amici poeti, il padre…
L’agape, il sentimento amoroso nei confronti di chi non è più materia, di chi si è sottratto alla quotidianità ed è diventato interlocutore prediletto, perché pura spiritualità: ed è allora che «morire è niente», ma è anche diventare essenza dell’essenziale. Il poeta, alla Baudelaire, è quindi il parfait chimiste il fine chimico, in grado di mescolare elementi e principi.
Il poemetto Pietà del figlio, collocato nel cuore della raccolta, rievoca il Vangelo di Giovanni e l’idea che un chicco di grano caduto nel terreno che non muore, può spigare, dormendo e magari sognando: «dormire…nient’altro… dormire forse sognare», come recita lo sfraghìs di ogni fine clausola.
In Dentro, oltre lo sguardo, viene rinnovata la teoria leopardiana degli oggetti doppi, del novecentesco correlativo oggettivo: pungola l’uomo, la cui natura non è triste, a scoprire continuamente nelle cose più di una valenza, ad arrivare alla comprensione della doppiezza eterna che è delle stagioni e di madre Natura tutta, nelle «nubi di madreperla all’imbrunire» di un inverno che svela, o in «una rigida notte di primavera».
Immersa nel medesimo miracolo di una natura fatta di lava, di azzurro mare e cielo, di verde curato, in un novembre ancora caldo, è la montagna del Purgatorio del Diario clinico, ultima sezione e stazione del viaggio: un «vecchio leone», rinchiuso da chi pensa di saperne di più in una gabbia dorata, per fare qualche «accertamento», è in attesa di tornare alla sua vecchia vita nella campagna, ma la notte è dura da superare, e anche mano nella mano il cuore non regge: non c’è cardioversione che tenga, in grado di spezzare il corso della «storia naturale» e il corpo si fa agnello e poi inerte.
Solo l’arte e la poesia, che tra tutte le arti è la più evanescente eppur durativa, può farlo, solo quella è la scossa defibrillante concessa ai mortali. Con le sue parole in poesia, Antonio Di Mauro ce lo rammenta.
Studi cattolici · n. 733 · marzo 2022
Edizioni Ares · Milano
https://www.edizioniares.it/blogs/studi-cattolici/societa-italiana-spiriti-antonio-di-mauro