Mensile di studi e attualità · dal 1957
Letteratura · Lettere
di Guido Vassallo
Numero 729 · novembre 2021

«È destino degli uomini essere felici e non rendersi conto di esserlo. È la loro maledizione sprecare il tempo della gioia senza rendersi conto che è tanto raro quanto irripetibile. Che la memoria non può ridarti ciò che hai provato perché ti restituirà, invece, la misura di ciò che hai perduto». Così pensa donna Franca Florio mentre percorre le sale e i corridoi dell’elegante magione che gli antenati di suo marito hanno costruito nel grande parco dell’Olivuzza. Quegli ambienti sono testimoni della grandezza dei Florio, hanno ospitato tre generazioni della famiglia, hanno brillato delle luci delle feste, hanno risuonato di valzer e mazurke, hanno ascoltato i silenzi dei lutti. Ogni oggetto richiama una memoria. C’è la sedia dove si era seduto Gabriele D’Annunzio durante la cena dopo la rappresentazione della Gioconda al Teatro Massimo. C’è il pianoforte su cui Puccini, che era a Palermo per una Manon Lescaut, aveva accennato l’aria Che gelida manina della Bohème ancora in fase di composizione. Ci sono mobili francesi, vasi e maioliche antichi, quadri di Antonio Leto, Francesco Lojacono, Luca Giordano. E la villa dell’Olivuzza è solo una piccola parte dell’intero patrimonio di Casa Florio, che comprende il lussuoso Hotel Villa Igiea, la fonderia Oretea, le tonnare a Palermo e nelle isole Egadi, la splendida villa Florio a Favignana. E ancora le cantine di marsala nel trapanese, la compagnia della Navigazione Generale Italiana, forte di cento piroscafi per il traffico commerciale e passeggeri nel Mediterraneo; la partecipazione in alcune solfatare nel centro della Sicilia, il quotidiano L’Ora…
Se può essere sfidante narrare la nascita e lo sviluppo di un impero, con lo spirito di avventura che l’accompagna, la tensione e le battaglie vinte, la grandezza d’animo e di sogno dei suoi protagonisti, lo è ancora di più raccontare la storia di un rovinoso fallimento. Non c’è l’attesa di un lieto fine a tenere viva la tensione narrativa. Ma l’impressione di andare incontro a un baratro, inesorabilmente. La storia della decadenza dei Florio è nota. La narrazione deve rendere avvincente ciò che di per sé è sconfitta, disillusione, lutto. Una sfida alla quale Stefania Auci non si è sottratta. «Scrivere è un atto che non è mai fine a sé stesso: pretende responsabilità e forza d’animo», scrive nei ringraziamenti. «Ci si trova da soli con le parole e coi propri dubbi, con il timore di non avere dato abbastanza, con la sensazione di dover combattere corpo a corpo con una storia che non vuole essere domata e scegliere quali rami secchi tagliare e quali nuove fondamenta costruire […]. Ti sforzi di farlo al meglio, cerchi di mantenere il giusto distacco, e lasci che il tempo aiuti le parole che custodisci a trovare il loro posto. E alla fine “metti la mano in bocca al leone”, e quella belva che temevi ti avrebbe azzannato invece si lascia accarezzare, docile».
Ne I leoni di Sicilia avevamo letto la storia di due fratelli, Paolo e Ignazio, che nel 1799 giungono a Palermo su una barchetta sgangherata. Un terremoto ha distrutto la loro casa di Bagnara Calabra e non è rimasto loro altro che una straordinaria capacità di lavoro e le spalle forti per sopportare i colpi del destino. Mettono su una bottega di spezie e da quel piccolo ambiente in via dei Materassai comincia a diffondersi nella città il profumo del riscatto degli ultimi. Un profumo che i nasi incipriati dell’aristocrazia palermitana, statica e ancorata a privilegi antichi e a titoli nobiliari sempre più vuoti, mal sopporta. Ma niente può fermare soprattutto Vincenzo, il figlio di Paolo, che in pochi decenni mette su un patrimonio straordinario, giungendo a diventare senatore del Regno d’Italia.
Studi cattolici · n. 729 · novembre 2021
Edizioni Ares · Milano
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