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Recensioni
di Silvia Stucchi
Numero 775 · settembre 2025

Guy de Maupassant, trad. it. di Bruno Nacci, L’eredità, Carbonio Editore, Milano 2024, pp. 154, € 15
Maupassant, si sa, è il dio del racconto: non esiste sfumatura o declinazione della novella che egli non abbia esplorato con esito più che felice. L’eredità, tradotto da Bruno Nacci, è un’autentica chicca: il breve romanzo (o novella lunga), pubblicato nel 1884, prima in rivista e poi nella raccolta Miss Harriet, sviluppa e dilata un racconto, Un milione, che pure Nacci traduce nelle ultime pagine del volume.
La trama de L’eredità si dipana a partire da una delle ambientazioni tipiche di Maupassant: il Ministero, il milieu dei piccoli impiegati pubblici che lavorano gomito a gomito, intrecciando le loro vite per tante ore al giorno. Maupassant è mirabile nel delineare caratteri, piccole e grandi ambizioni (una gratifica, una promozione), pettegolezzi e dileggi che corrono come un fiume, nemmeno troppo carsico, fra le scrivanie e gli uffici.
In questo ambiente si muove César Cachelin, impiegato al Ministero della Marina. A differenza di quanto accade nella novella Un milione, ne L’eredità l’apertura del racconto è corale, e ci presenta i protagonisti della vicenda caratterizzandoli con le loro miserie, vizi e atteggiamenti inveterati. Cachelin vorrebbe maritare la figlia Coraline a Lesable, unico impiegato per il quale prevede una brillante carriera. La ragazza, del resto, oltre all’avvenenza, ha dalla sua anche una brillante prospettiva: ereditare 1 milione di franchi tondo tondo dalla zia. Ma questa, tanto leggera in gioventù, è diventata una vecchia beghina, e ha vincolato la riscossione alla nascita di un figlio dal matrimonio della nipote. Il termine di tre anni stabilito dalla zia per la nascita dell’erede pare ragionevole e, anzi, sulla carta mai milione è stato più facile da intascare: in fondo, Cora e Lesable sono giovani e in salute, no? E invece, la cosa si profila come difficilissima: passano i mesi, gli anni, e del tanto sospirato erede non si vede nemmeno l’ombra. E, dato che la questione del milione è ben nota in ufficio, Lesable diventa anche lo zimbello dei colleghi; per giunta, dato che il capufficio sa che egli diventerà presto ricco, non gli dà la tanto sospirata promozione.
Tutto sembra perduto, quando la casa di Lesable inizia a venire frequentata dal bel Maze, un impiegato belloccio ed elegante. E fatalmente, e inspiegabilmente (!) ecco che Cora si scopre incinta: nascerà una bambina, accolta, ça va sans dire, trionfalmente dalla famiglia, che si trasferirà in una bella proprietà fuori Parigi. Con la riscossione dell’eredità, infatti, per usare le parole di Nacci nell’Introduzione, «la spietata commedia dei tre che si accusano e si odiano cessa all’improvviso, come una tempesta in mare che si placa e si tramuta in bonaccia. Ciascuno ormai è dedito a soddisfare, finalmente, i propri sogni e desideri: Lesable la carriera e l’agiatezza, la carrozza trainata dal cavallo che guida personalmente; Cachelin la villa fuori Parigi, compiacendosi, dopo il pensionamento, di un innocuo passatempo, quello di fabbricare inutili soprammobili [...]; Cora con la figlia apparentemente tanto desiderata e la sua onorabilità di gran dama». Il battesimo della bambina rappresenta l’atto finale di questa farsa, e il trionfo sociale della famiglia, dato che la piccina ha come padrini il capufficio Torcheboeuf e sua moglie, con cui Cora si sente alla pari (e forse anche superiore).
L’eredità, come spiega Nacci, propone in un racconto breve e compatto molti temi tipici della narrativa di Maupassant: l’analisi impietosa del milieu impiegatizio, l’amore che cela il calcolo, le miserie della vita familiare e coniugale, l’ipocrisia della piccola borghesia, l’avidità, il tema della nascita illegittima e della paternità che non corrisponde a quella dichiarata sui documenti anagrafici. Tutto ciò viene proposto al lettore con «una prodigiosa scioltezza di scrittura, il tocco rapido nel ritrarre personaggi e situazioni, un’insaziabile fame di vita accompagnata da un profondo e inscalfibile scetticismo»: doti che la mirabile traduzione di Bruno Nacci esalta e rende fruibili a ogni lettore.
Studi cattolici · n. 775 · settembre 2025
Edizioni Ares · Milano
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