Mensile di studi e attualità · dal 1957
Letteratura · Lettere
di Bruno Nacci
Numero 737-738 · luglio/agosto 2022

Torna al romanzo Antonio Del Giudice con Il ragazzo che rubava le parole (Castelvecchi, Roma 2022, pp. 138, euro 16,50), dopo la bella prova d’esordio di La Pasqua bassa (San Paolo Edizioni, 2009) e Buonasera, Dottor Nisticò (Noubs, 2014). In mezzo, raccolte di racconti, scritti civili e un paio di riduzioni teatrali.
In questo nuovo romanzo il nucleo narrativo è dato dalle memorie familiari che, filtrate e corrette in seguito dal giovane Andrea (siamo nel secondo Dopoguerra), evocano un quadro domestico e ingenuo del periodo fascista come fu vissuto nell’Italia meridionale, con i suoi ardori e le sue retoriche. Andrea, nato in una Puglia povera ma ricca di umori, cresce tra il collegio religioso a nord e la successiva maturazione intellettuale in un liceo del sud, oscillando tra l’incognita di un futuro avanzamento sociale, fortemente voluto dalla madre per sottrarlo al duro lavoro del padre, piccolo commerciante, e la frustrazione di non essere in grado di realizzarlo. La partenza del bambino per il collegio è una frattura immedicabile con gli affetti e le abitudini:
Il treno lo allontanava dall’ultima estate dell’infanzia, turbolenta ma piena di giochi e di ricordi, e dall’ultima festosa preparazione della salsa per l’inverno. A luglio i pomodori erano maturi e la raccolta impegnava tutta la famiglia; pronti i pentoloni per la bollitura che in pochi anni era passata dalla legna alla bombola del gas, le bottiglie lavate e risciacquate, le stesse dell’anno prima; il macinino che separava semi e bucce dalla polpa preziosa. Andrea era diventato grande quando aveva ottenuto l’incarico di girare la manovella.
Non meno amaro il ritorno, dopo che in collegio la sua vocazione è stata giudicata insufficiente:
La quarantena del collegio era finita. Il ritorno a casa aveva un sapore ambiguo di vergogna e di libertà. Il viaggio in treno gli era sembrato troppo lungo e troppo breve. Andrea avrebbe voluto proseguire senza soste, senza meta. L’aspettava la stazione di cinque anni prima. Del gruppo che era partito dal binario 1, uno solo sarebbe diventato sacerdote, gli altri avrebbero prese strade diverse. Il ritorno era previsto sul binario 2, come tutti gli arrivi dal Nord. La frenata stridula era la colonna sonora del sipario che calava sulla sua esperienza al collegio. Tarda mattinata, il sole di luglio già alto, la luce entrava dal finestrino. Un attimo di smarrimento, il tempo di scendere, la valigia trascinata sul marciapiede, lo zaino in spalla. Il fischio del capotreno, il convoglio che si allontana verso un Sud più profondo.
Studi cattolici · n. 737-738 · luglio/agosto 2022
Edizioni Ares · Milano
https://www.edizioniares.it/blogs/studi-cattolici/la-memoria-del-sud