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Studi
di Massimo Forlanini
Numero 723 · maggio 2021 · Quaderno: Il Vicino Oriente antico ieri & oggi

L’esistenza di un regno chiamato Ḫatti, che fra il 1650 e il 1280 a.C. è stato sovente uno dei più potenti Stati del Vicino Oriente antico, e la sua parziale sopravvivenza culturale fino all’VIII secolo a.C. sono state riscoperte solo a partire dalla fine dell’800 grazie alla ricerca archeologica. Infatti, il ricordo del mondo hittita era praticamente svanito nella nostra tradizione biblica e classica. Il regno di Ḫatti, come lo conosciamo ora, non fu lo Stato unitario di un popolo, ma piuttosto una costruzione storica dovuta a una dinastia composita, al suo esercito e alle sue istituzioni amministrative e religiose, che riuscirono a dominare per alcuni secoli le popolazioni e le città dell’Anatolia centrale e ad annettere o assoggettare altri regni fino alla costa egea e alla Siria settentrionale.
A partire dal 1905 vennero alla luce gli archivi e le biblioteche di Ḫattuša, la capitale tradizionale del regno hittita, che corrisponde al sito archeologico che prende il nome dal vicino villaggio turco di Boğazköy, 150 km a est di Ankara. Gli archivi erano composti da migliaia di tavolette di argilla scritte in caratteri cuneiformi (ne sono state trovate circa 23.000), purtroppo in generale ridotte a frammenti. Alcune di esse, redatte in lingua accadica (babilonese), furono subito leggibili; la maggior parte invece era scritta in una lingua fino ad allora sconosciuta (se si eccettua una lettera trovata anni prima a Tell el-Amarna, la capitale del faraone «eretico» Akhenaton), il nesico (nešili/ nešumnili/ kanišumnili), che prendeva il nome da una città, Kaniš o Neša, che era stata una delle più importanti capitali dei regni anatolici prima dell’unificazione effettuata dagli hittiti. Poiché questa lingua è stata quella ufficiale del regno per più di quattro secoli, essa è chiamata convenzionalmente, ma impropriamente, (h)ittito. Decifrata verso la fine della Prima guerra mondiale dallo studioso ceco Bedrik Hrozny, risultò essere una lingua del gruppo indeuropeo, con grande sorpresa del mondo scientifico.
In alcuni testi di natura religiosa si trovarono frasi scritte in due altre lingue indeuropee vicine all’hittito, cioè il luvio (luwili), parlato nell’Anatolia meridionale e occidentale, e il palaico (palaumnili), parlato nelle montagne a nord di Ankara. Ma non bastava, altri testi religiosi contenevano recitazioni in una lingua che era definita «lingua di Ḫatti» (ḫattili), sicuramente non indeuropea e, fino a oggi, priva di una parentela linguistica dimostrabile. In realtà lo stato hittita era nato proprio dalla fusione di Ḫatti (che comprendeva il basso bacino del Kızılırmak/Halys e parte della costa del Mar Nero) col territorio controllato da Neša, detto anche «Paese Alto» (esteso dall’alto e medio bacino del Kızılırmak all’alto Eufrate). Non ultima, appariva nei documenti di Ḫattuša anche la lingua hurrita (ḫurlili), diffusa in origine sulle montagne che circondavano la Mesopotamia settentrionale, nei territori popolati oggi dai curdi. Aggiungiamo che, negli ultimi decenni sono state scoperte e scavate le rovine di altre città hittite, come Tapikka (Maşat Höyük), Šapinuwa (Ortaköy), Šarešša (Kuşaklı), Šamuḫa (Kayalıpınar) e Nerik (Oymaağaç), dove sono venuti alla luce archivi locali.
Studi cattolici · n. 723 · maggio 2021
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