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Recensioni
di Matteo Andolfo
Numero 732 · febbraio 2022

Martina Subacchi, Esistenza & libertà. Saggio sull’Esistenzialismo E, Bologna 2020, pp. 160, euro 15.
«L’obiettivo di questo saggio è di analizzare modo in cui i temi della libertà e dell’esistenza sono affrontati nel periodo storico compreso tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e la fine della Seconda guerra mondiale» (p. 7), afferma nell’Introduzione l’autrice, Martina Subacchi, filosofa e teologa. E infatti nel cap. I viene esaminato come nell’epoca considerata si passi dal mito del progresso proprio della «modernità» e incarnato da liberalismo e positivismo, suscitato dallo sviluppo economico e tecnico-scientifico, e dall’affermazione degli ideali democratici alla nascita dei regimi totalitari – preparata dalla crisi del positivismo, dal decadentismo, dal futurismo e dall’irrazionalismo vitalistico nietzscheano –, ai quali si devono i genocidi del ’900, la manipolazione delle masse, la negazione della persona.
«Lo sgomento suscitato dalla radicalità del male e dalla tragicità della vita [...] porta gli intellettuali a interrogarsi sul significato dell’esistenza e sul valore da attribuire alla libertà umana: dono o condanna?» (p. 7). Nasce l’esistenzialismo, un movimento culturale sia filosofico sia politico, letterario e artistico, che ricomprende anche autori che non hanno voluto essere chiamati «esistenzialisti». Una corrente di pensiero accomunata dai temi oggetto di riflessione e dal fatto di confrontarsi con la crisi della fiducia in una disposizione provvidenziale del mondo e in una destinazione sovrannaturale dell’uomo, ma non dagli esiti della meditazione, in molti casi opposti: dalla riscoperta di Dio all’ateismo e al nichilismo.
Nel cap. II sono considerati i suoi precursori ottocenteschi, Kierkegaard, Dostoevskij, le cui Memo-, rie dal sottosuolo sono considerate il primo romanzo esistenzialista, e Kafka, che al pari di Camus e di Sartre, evidenzia l’origine enigmatica della condizione umailna e l’assenza di criteri di condotta, mentre Dostoevskij sottolinea che proprio di fronte alla sofferenza l’uomo è libero di abbruttirsi o di trovare la fede e il senso della vita, sacra in quanto dono divino da non sprecare, scorgendo nel dolore la testimonianza dell’amore del Crocifisso. Nel cap. III sono indagati alcuni esponenti di punta dell’esistenzialismo: da Marcel, che coglie nell’apertura al Mistero e nell’esperienza dell’amore la possibilità di una relazione con il Dio cristiano, a Jaspers, che ritiene arduo stabilire un rapporto con l’Assoluto, dato che è irriducibile alle categorie conoscitive umane; né l’autrice trascura di richiamare aspetti del pensiero di Simone Weil e di Edith Stein.
Il cap. IV, l’ultimo, è dedicato a Heidegger. A seguito della «morte di Dio» annunciata da Nietzsche, egli, al pari di Jaspers e di Sartre, rileva la paradossalità della condizione umana: fonda tutti i valori e i significati del mondo, ma non sé stessa, poiché l’esistenza non è una scelta. L’Esserci è cura progettante, ma è irrimediabilmente «gettato» nel mondo senza giustificazione razionale, senza un disegno. Jaspers parla di un giungere a sé stessi dalla notte della non-esistenza per approdare a un’altra oscurità, in cui non si esisterà più. Ciò che tutti questi pensatori condividono, al di là delle conclusioni cui pervengono, è la rivendicazione, contro i sistemi intellettualistici e tendenti ad assorbire il singolo nell’Intero, come quello hegeliano, dell’individualità irripetibile dell’esistente, la cui esistenza non è comprensibile razionalmente; inoltre, il riconoscimento della progettualità e della scelta come costitutive dell’uomo, che ha la libertà di scegliere come vivere (la cosiddetta trascendenza orizzontale: continuo oltrepassamento di sé), ma la vive con angoscia, la quale per Kierkegaard è salvifica, poiché la consapevolezza dei propri limiti insegna ad affidarsi completamente a Dio, mentre per Heidegger è la situazione affettiva rivelatrice del nulla, della mancanza del fondamento. Per questo l’uomo mette in atto spesso alcuni «meccanismi» di fuga dalla responsabilità di scegliere: è l’heideggeriana deiezione, il perdersi nella massa, nel «si fa, si dice», lasciandosi definire dalle cose.
Un ultimo elemento comune degli esistenzialisti è l’esigenza di un’esistenza autentica: per Kierkegaard la consegue solo chi assume la fede in Cristo quale impegno esistenziale; per Heidegger proprio il nulla, logicamente impensabile (il pensiero è solo dell’essere), ma sperimentabile in tutte le esperienze di fallimento, nostalgia, divieto, dissolvendo i valori assunti in modo acritico e «dogmatico», affranca dal loro condizionamento e induce a dare libera e autentica espressione alla propria ipseità e ad assumere la paradossalità e assurdità dell’esistere, trovando, è il caso di Camus, una soluzione nella solidarietà. Tuttavia, come acutamente conclude Subacchi, «creando una frattura all’interno dell’immanentismo moderno mediante una prospettiva aperta alla Trascendenza», Kierkegaard «appare l’unico [degli esistenzialisti] in grado di offrire una risposta – per quanto parziale [...] – agli interrogativi dell’uomo contemporaneo» (p. 142).
Studi cattolici · n. 732 · febbraio 2022
Edizioni Ares · Milano
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