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Recensioni
di Alessia Soldati
Numero 757 · marzo 2024

John Koenig, Dizionario delle tristezze senza nome, Mondadori 2023, pp. 400, € 17,50.
“Deep gut”. Cosa significa? Provo a scoprirlo. Continuo a leggere: «s. il rinascere di un’emozione che non provavi più da anni, e che avresti potuto dimenticare del tutto se la tua playlist emotiva non fosse stata impostata, accidentalmente, sulla riproduzione casuale.»
Sembrerebbe Il libro delle risposte di Carol Bolt (Sperling&Kupfer 2019) ma ha una copertina blu notte ricoperta di stelle. È il Dizionario delle tristezze senza nome che fa provare malinconia già dal titolo. A compilarlo: John Koenig, un videomaker, doppiatore, grafico e scrittore nato negli Stati Uniti e cresciuto in Svizzera, che nel 2009 ha creato The Dictionary of Obscure Sorrows sul suo blog. Un progetto che ora possiamo avere fra le mani nelle sue piccole dimensioni (17x12), adatto per essere portato ovunque, necessario all’occorrenza. È così che lo descrive Enrico Galiano, insegnante e scrittore, nella postfazione: «Un libro pazzesco e necessario».
Avete presente quando vi trovate in una particolare situazione e non vi vengono in mente parole per descriverla? Per spiegare a chi vi sta intorno le vostre sensazioni? O ancora, avete mai provato un’emozione a cui non siete mai riusciti a dare un nome?
John Koenig ci ha provato e il Dizionario delle tristezze senza nome è il risultato su carta del suo progetto, dove “tristezze” non è inteso nell’accezione comunemente diffusa di “contrario di felicità”, ma nel senso di nostalgia per l’intensità di un’esperienza, di qualsiasi genere.
Un prontuario per poter finalmente esprimere l’interiorità al meglio. Koenig ha preso frammenti da moltissime lingue, sia attuali sia desuete, e ha dato loro una nuova vita. Forse non entreranno mai nell’uso corrente, ma l’importante è che esistano e che si possano trovare quando più se ne ha bisogno.
Qualche esempio. Avete mai provato un senso di pace nel guidare a notte fonda, lasciandovi la città alle spalle? È la merrenness (dall’ungherese merre, “dove? In quale direzione?”). O avete mai avuto un momento di consapevolezza nel rendervi conto che ogni passante casuale che vedete è il protagonista della sua vita e voi un figurante sullo sfondo? Koenig la chiama sonder, dal francese “sondare gli abissi”. O ancora, sono sicura che vi è capitato di volervi defilare da una riunione o da una conversazione di gruppo: in quel caso potreste usare l’aggettivo dorgone, dal norreno antico dár, “intorpidito”, più l’inglese forgone, “aver già rinunciato o essersi astenuto”.
Vi viene in mente qualche altra emozione che non sapete pronunciare a parole? Potreste trovarla sfogliando questo libro.
Studi cattolici · n. 757 · marzo 2024
Edizioni Ares · Milano
https://www.edizioniares.it/blogs/studi-cattolici/dizionario-delle-tristezze-senza-nome-john-koenig