Mensile di studi e attualità · dal 1957
Musica · Arti e spettacolo
di Paolo Piro
Numero 788 · ottobre 2026

Tra i compositori del Novecento, Benjamin Britten occupa un posto speciale: quello di chi ha saputo innovare il linguaggio della musica colta senza recidere i legami con il passato. Mentre la produzione del secondo dopoguerra si consuma nell’antagonismo tra restaurazione e avanguardia, Britten percorre una strada autonoma. La sua spinta a innovare non nasce dall’adesione a programmi estetici o manifesti ideologici, ma da un’urgenza morale, che riguarda la ricerca di forme adeguate a esprimere un mondo interiore. Perciò ancora oggi, cinquant’anni dopo la sua morte, il pubblico apprezza la musica di questo artista che il Regno Unito celebrò come un vate.
Tra i suoi capolavori, il War Requiem raggiunge in modo esemplare questa sintesi di modernità e tradizione, spingendosi – come il titolo stesso rivela – ben oltre il genere liturgico da cui ha origine. Quel determinativo, War, aggiunge alla prospettiva religiosa della preghiera per i defunti una dimensione storica e terrena che ne estende il significato. Alla meditazione verticale sulla morte e sulla speranza della vita eterna si sovrappone la riflessione orizzontale sulla guerra, vista come risultato della perenne tendenza dell’umanità all’autodistruzione. Un tema a cui la genesi dell’opera è strettamente legata.
Nel 1958 viene commissionata una grande opera sinfonica e corale per la consacrazione della nuova cattedrale di Coventry prevista per il 1962, costruita accanto alle rovine di quella, medievale, distrutta dai bombardamenti tedeschi del novembre 1940. Britten, pacifista convinto, già obiettore di coscienza durante la Seconda guerra mondiale, risponde con una partitura che è anche un gesto di riconciliazione fra i popoli. La scrive avendo in mente, sin dall’inizio, una triade di solisti provenienti da nazioni che hanno partecipato al conflitto: un inglese, Peter Pears, suo fedele interprete e compagno di vita, un tedesco, l’immenso Dietrich Fischer-Dieskau, e una russa, Galina Višnevskaja, sostituita alla prima esecuzione per un veto del regime sovietico, ma protagonista della storica incisione Decca uscita un anno dopo.
Studi cattolici · n. 788 · ottobre 2026
Edizioni Ares · Milano
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