Il treno per Gyékényes è stranamente pulito. Attraversa una campagna cruda, paludosa, piatta, ricca soltanto di uccelli. È un paesaggio indisturbato e non ci sono né case né strade. Questa è l’Ungheria dimenticata di confine. Un viaggio breve: 30 chilometri soltanto, percorsi piano, senza fretta. La Croazia a poco a poco si avvicina. Alla stazione di Murakeresztúr – uno dei luoghi più sperduti e dimenticati d’Europa – sale una ragazza con gli orecchini arancioni. La stazione, sovietica in tutto e per tutto, mostra orgogliosamente il proprio nome scritto in blu su grossi cubi di plastica bianca illuminati da lampade al neon.
Dai finestrini aperti entra l’odore della terra arata da poco. Si procede lungo la linea di confine: e l’operatore croato di telefonia già manda sms di benvenuto. L’idea che questo treno stia viaggiando perfettamente in bilico tra due Stati è emozionante.

L’arrivo a Gyékényes è testimoniato da un vecchio cartello arrugginito. La stazione è enorme, deserta: dormiente.
Ci sono una dozzina di binari (quasi tutti in disuso) e una pensilina sgangherata, fiera dei tanti nidi che ospita. Le cinquanta panchine d’intorno sono disabitate.
La sala d’attesa e la biglietteria sono una cosa sola: le illumina un’unica insufficiente lampadina.
Il limitato cartellone delle partenze e degli arrivi è un disordinato collage di foglietti. Fra i tanti nomi sconosciuti quelli di Zagabria, Budapest, Vienna e Venezia spiccano con un certo clamore.
Un orologio nero, in plastica, segna l’ora circondato da spesse ragnatele, popolate da ragni che misurano almeno sette o otto centimetri. A ogni minuto lo scatto secco della lancetta più lunga risuona nell’assoluto silenzio della sala vuota.
I muri sono coperti di scritte: soprattutto le porte dei bagni che elencano perfino i numeri di cellulare delle prostitute e le tariffe delle loro prestazioni. Accanto al gabinetto, il vecchio scovolino è stato sistemato in una bottiglia di Coca Cola tagliata a metà. Le ragnatele abbondano anche negli angoli fra il soffitto e le pareti.
Allo sportello della biglietteria una signora lavora all’uncinetto. Il suo gabbiotto è provvisto – fra l’altro – di molti timbri, di un forno a microonde e di un tavolo per il pranzo su cui è stato da poco sistemato un computer di ultima generazione a stonare con tutto il resto.
All’uscita della stazione troneggia orgogliosa una locomotiva del 1915 capace – spiega un esaudiente cartello – di raggiungere i 60 chilometri orari.
Cent’anni dopo – viene da pensare – la velocità dei treni regionali ungheresi è rimasta pressoché invariata, ed è come se il tempo, in questi luoghi di confine, si fosse dimenticato di scorrere.
Due alberi vicini, frattanto, ospitano un’infinità di cartelli scritti a mano: si vende di tutto. Dalle stufe alle cucine a gas, dalle uova di gallina alla legna da ardere.
Gyékényes, lo si capisce subito, è sinonimo di squallore. Certe sue strade non sono nemmeno asfaltate e basta un temporale a trasformarle in pantani. Le tante case cadenti, protette da cani magri e aggressivi, nascondono storie di dolore e di privazione.
Certe sono state abbandonate e l’edera ha finito per infiltrarsi attraverso i vetri rotti e colonizzare il loro interno. Come se la natura volesse inghiottire Gyékényes: cancellarla dalla mappa.
A guardare queste case spettrali, vecchie di secoli, con i tetti storti, i comignoli pericolanti e i muri pieni di crepe viene da chiedersi come facciano a resistere. A non crollare. In una di queste case fragili, la parrucchiera riceve le proprie clienti.
Orari e prezzi sono riassunti in un cartello appiccicato con lo scotch alla finestra della sua camera da letto, sotto alla quale razzolano galline ormai anziane.
Anche il cimitero, a Gyékényes, è spettrale. Lo sono i fiori finti che ornano le bare, ma lo è soprattutto il tremendo avviso latino che troneggia all’ingresso: «MEMENTO MORI». Ovvero: ricordati che devi morire.
Sembra di trovarsi in un luogo che non esiste: o che ha smesso di esistere un secolo fa. Un luogo impossibile, insomma. Fuori da qualunque realtà.
Invece Gyékényes esiste davvero ed esiste anche il suo spaccio cittadino – provvisto perfino di un vecchio solarium. Qui si vende di tutto, a caro prezzo. Per gli amanti dei souvenir, una boccetta di “COLONIA TITTO” costa 35 euro. «Ma è roba buona, italiana!» – assicura la commessa.
«Vendesi Miele di Acacia 3 euro il chilo» recita un avviso. Ma, quando si suona il campanello, ad aprire viene un bambino.
«Papà non c’è». Dice. E chiude subito la porta.
La città è fatta di macerie, muffa, insegne rotte, miseria, umidità, ruggine e fango. La stazione con la sua mole esagerata per la piccolezza del paese domina tutto con la sua aura spettrale e il forte odore di olio usato per gli scambi dei binari.
E in mezzo a tanto scempio la bellezza di un albero ancora fiorito di rosso trionfa come la più grande delle meraviglie.
Il bar – unico punto di ritrovo del paese – è ben frequentato. Si vende una deliziosa grappa alle ciliegie. Costa 50 centesimi e viene servita in bicchieri molto piccoli. Anche qui l’illuminazione dell’intero locale è affidata a un’unica insufficiente lampadina.
Il venditore di miele intanto è rientrato a casa e sta sgridando suo figlio per non essere riuscito a portare a termine la vendita.
Il bambino si scusa: ma il padre è proprio furioso.
Sono tempi duri! E non si può certo perdere una fortunata vendita del genere!
Dunque gli impone di prendere la bicicletta e di correre alla stazione a cercare il turista italiano prima che riparta. «Corri!» gli dice. Nella speranza che il barattolo di miele d’acacia da lui pazientemente filtrato possa essere venduto.
Il bambino allora pedala più velocemente che può: e tiene gli occhi bene aperti. Sa che deve trovare il turista: altrimenti suo padre non lo perdonerà.
Fortuna che il treno è in ritardo.
Il ragazzo italiano si è fermato al buffet della stazione. Ha preso un tè (che ha pagato 31 centesimi) e sta ammirando con stupore la strepitosa tazza in cui gli è stato servito. È una tazza antica dipinta d’oro e di cobalto. Una roba da Versailles.
Un tempo per Gyékényes passava l’Orient Express – pensa – mentre il bambino, felicissimo di averlo trovato, gli corre incontro con il grosso barattolo di miele tra le mani.