Significativa e quasi sorprendente, perché inusuale, è la consonanza con cui sempre più numerosi leader politici stanno pubblicamente manifestando il saldo convincimento che l’ordine internazionale, generato dalla conclusione del Secondo conflitto mondiale e modificatosi all’indomani dell’abbattimento del Muro di Berlino, è ormai il decomposto prodotto di un irripetibile passato. A ruota delle argomentate e disincantate considerazioni, che il primo ministro canadese Mark Carney ha enunciato nel suo discorso al Forum di Davos del gennaio di quest’anno, sono soprattutto i leader europei ad ammonire che nulla potrà tornare a essere com’era prima: incominciando dal ruolo di un Occidente ancora (di fatto, o secondo le rappresentazioni meno inquietanti) unitario, se non unico, sino alle principali “regole” che hanno sin qui cercato di disciplinare l’arena internazionale, gli interessi, le ambizioni o le insofferenze degli Stati, i rapporti fra ciascuno di questi ultimi e le organizzazioni internazionali o sovranazionali.

La crisi dell’ordine internazionale liberale

Il passato, in cui sembra essersi consumata per intero la non lunga esistenza dell’ordine internazionale liberale, è peraltro così prossimo, da risultare districabile con fatica dall’attualità del presente. D’altro canto, la persuasione che nessun “futuro passato” sia ormai possibile, e che ogni sforzo di farlo sopravvivere sarà del tutto inutile e oneroso, finisce con l’avvolgere ancora di più nelle nebbie la ricerca di quali siano e dove stiano i punti sicuri o affidabili di orientamento verso il domani che sta rapidamente avanzando. Non di rado, infatti, le salde convinzioni sulla fine di un ordine politico (così come, occorre aggiungere, le preoccupanti o viceversa confidenti prefigurazioni di quello che gli subentrerà) inconsapevolmente o volutamente trascurano la vitalità di quelle “persistenze”, di cui la storia – in ognuna delle sue vere o presunte fratture e rivoluzioni – ha sempre offerto con dovizia casi esemplari.

Riattingere oggi ai principali fra gli insegnamenti impartiti da Reinhold Niebuhr, lungi dall’essere un esercizio d’accademia o un piccolo seppur doveroso gesto di memoria, giova a non esaurire il “realismo politico” nella considerazione del momento presente, sollevando invece lo sguardo dai sommovimenti in corso e cercando, per quanto è possibile, di porvi rimedio. Serve soprattutto, e in particolare, a comprendere perché taluni princìpi – fra i primi, quello dell’umanesimo cristiano – siano non solo insurrogabili ma anche irrinunciabili, ogni volta che un “ordine politico”, ormai prossimo a concludere il suo ciclo di esistenza, sta per essere sostituito da un ordine diverso.

Riscoprire il pensiero di Niebuhr

Teologo protestante cresciuto nel grembo del German Evangelical Synod, propugnatore coerente e tenace di quel realismo cristiano che in Agostino affonda le sue radici, appassionatamente impegnato nell’azione sociale a favore degli operai sin dagli anni iniziali del suo ministero di pastore nella Detroit assoggettata al fordismo, critico intransigente delle versioni di liberalismo progressista del suo tempo, Niebuhr ha dispiegato sul pensiero politico e sulla concreta politica degli Stati Uniti un’influenza talmente profonda e duratura, da apparire eccezionale ancora oggi. In Italia, l’interesse per la sua opera, manifestato già da Sergio Cotta nel 1966 con le pagine di presentazione dell’edizione italiana di Fede e storia. Studio comparato della concezione cristiana e della concezione moderna della storia e successivamente tenuto vivo da numerosi lavori di Giuseppe Dessì, si è riacceso in questi ultimissimi anni soprattutto per merito di Luca G. Castellin, a cui si devono la monografia Reinhold Niebuhr e la politica internazionale (Rubbettino, Soveria Mannelli 2014), la pubblicazione italiana dell’ultimo libro del teologo americano Natura umana e comunità politiche. Saggi sulle dinamiche e sugli enigmi dell’esistenza personale e sociale dell’uomo (Morcelliana, Brescia 2022) e, insieme con Dessì, la curatela di Realismo cristiano e potere politico (Scholé, Brescia 2025). Assai significativo è peraltro ricordare che don Luigi Giussani si addottora nel 1954, difendendo dinanzi a un’autorevole commissione esaminatrice la tesi Il senso cristiano dell’uomo secondo Reinhold Niebuhr (ora agevolmente disponibile, perché pubblicata da Edizioni San Paolo due anni fa).

Sia composto prevalentemente da nazioni o assicurato dalla presenza in posizione egemonica di imperi, l’ordine internazionale non può che avere in sé, sempre, fattori disordinanti. Se la “pace interna” della comunità politica particolare – dalle città della Grecia antica ai comuni medievali, sino agli Stati-nazione – è il fine principale e al tempo stesso il presupposto di esistenza di ogni forma di convivenza tra esseri umani stabilmente organizzata, la precarietà della pax universalis rappresenta un invalicabile limite naturale, quasi una sorta di maledizione per la comunità internazionale. In quest’ultima, gli egoismi di nazioni e imperi si fanno enormemente più arroganti e spietati di quanto non lo possa essere l’egoismo del singolo individuo. Tanto che quella che dovrebbe costituire la “comunità” di tutti gli esseri umani appare condannata a vivere – oggi soprattutto, attanagliata com’è dal «dilemma nucleare» – «in un inferno d’insicurezza globale».

L’egoismo e il perseguimento a ogni costo dei propri interessi, bene o (frequentemente) male intesi, sono «caratteristica inevitabile» dell’umanità. In pressoché ogni lavoro, e in specie nella sua opera maggiore The Nature and Destiny of Man. A Christian Interpretation, pubblicata in due volumi tra il 1941 e il 1943, Niebuhr non si stanca mai di sottolineare la “ambiguità” e “problematicità” degli esseri umani, dei loro intendimenti e delle loro azioni conseguenti. Non per caso, quando la consapevolezza di una tale realtà si affievolisce o addirittura lascia il posto – Niebuhr avverte l’insidioso pericolo per le democrazie liberali già nel 1944, in Figli della luce e figli delle tenebre. Il riscatto della democrazia e critica della sua difesa tradizionale – alla rimozione della presenza del male nella storia e alle illusioni sulle capacità “salvifiche” della politica, ogni traumatico avvicendamento di un ordine internazionale a un altro trova impreparata la gran parte di governanti e governati. E, prendendo di soprassalto gli uni non meno degli altri, accresce a dismisura la percezione delle difficoltà, o addirittura della propria impotenza, nel saper reagire con efficacia ai cambiamenti in corso. Ciò che si può e deve chiedere alle nazioni e alle classi politiche che in esse detengono il potere – scrive Niebuhr in Uomo morale e società immorale – è imparare «a tener conto di interessi più grandi del loro mentre fanno i loro interessi».

Realismo cristiano e democrazia

La visione cristiana della natura umana è pertanto cruciale nell’arena internazionale, così com’è essenziale per la vitalità di una comunità particolare. In quest’ultima, specialmente quando essa intenda preservare la forma storica della “democrazia liberale” (a tale proposito meriterebbe oggi un’attenta rilettura pressoché ogni pagina di Democrazia, secolarismo e cristianesimo del 1953), la visione cristiana è elemento indispensabile di quella «base filosofica e religiosa più realistica», di cui la democrazia mostra di avere un bisogno sempre maggiore. Per «prevenire e capire i pericoli cui essa è esposta». E per dotarsi, rispetto alla società e a ogni singolo cittadino, di una «giustificazione più persuasiva» di quanto oggi non lo sia la ripetizione stanca o retorica delle promesse e premesse che hanno presieduto alla sua nascita e al suo sviluppo nel “moderno” Occidente. Dentro la comunità internazionale, specialmente quando gli equilibri di forza e di interessi sembrino spezzarsi in maniera irreparabile e gli orizzonti dell’“ordine” che si annuncia appaiano minacciosamente foschi, la realistica visione cristiana della politica (e del potere) è soprattutto incitamento a non piegarsi, rassegnati, al fatalismo dell’inazione.