È facile fare una bella mostra e avere successo con i Macchiaioli. Perché? La luce che sprigiona dalle tele, le atmosfere quotidiane che rasserenano l’animo, il tratto esplicito delle pennellate che, per quanto aride di particolari, sono immediate nella percezione dei soggetti. Si passeggia bene nella galleria delle emozioni, dei ricordi, delle sensazioni, ci si riposa ammirando i Maestri della significativa rivoluzione stilistica della metà dell’Ottocento, dal 1848 al 1872.
A Palazzo Reale a Milano la mostra è iniziata il 3 febbraio e chiuderà il 14 giugno: si sono impegnati, oltre al Palazzo Reale, il Sole 24 ore Cultura e Civita Mostre e Musei. Francesca Dini con Elisabetta Mattecucci e Fernando Mazzocca l’hanno ideata e curata. Chi va a Milano con il Frecciarossa ha anche lo sconto sul biglietto.
Non ci si annoia in questa mostra, come ha scritto malamente un critico su un importante quotidiano nazionale, affermando che visti i primi dipinti visti tutti: davvero mi sono domandato a che mostra sia andato.
Nel percorso si alternano Giovanni Fattori con i suoi soldati e i cavalli, un superbo ritratto di Signora all’aperto dove si capisce bene che cosa sia la tecnica della “macchia” e l’omaggio a Diego Martelli, critico, collezionista e mecenate, seduto in poltrona nella pineta di Castiglioncello.
Silvestro Lega con le vedute della Piagentina, che per chi conosce Firenze e i suoi dintorni sono proprio quelle, e L’educazione al lavoro, interno di una casa fiorentina con un’intensità di sguardi straordinaria, e l’omaggio a Garibaldi, eroe sempre in rosso.

Silvestro Lega, “L’educazione al lavoro”, 1863, Collezione privata
Vincenzo Cabianca da Vicenza, tra i pochi non toscani, si cimenta con Ai Bagni di Viareggio e una splendida istantanea sul mare.
Odoardo Borrani con Le primizie ci porta su un terrazzo a Firenze con la contadina che porge alla sua padrona (perché così era all’epoca) un cesto di frutti e sembra proprio di ascoltare la voce annoiata della giovane adagiata in poltrona che dice «ma che belle» e torna a leggere altrettanto annoiata il suo libro che tiene in grembo.
Di Telemaco Signorini si può fotografare tutto tranne La toilette del mattino, interno di un bordello, che fu acquistato da Arturo Toscanini nel 1930 a un’asta milanese della Galleria Pesaro, e che suscitò le ire della consorte del direttore d’orchestra per il tema impegnativo e problematico, per dirla in modo eufemistico. Successivamente fu ripreso da Luchino Visconti nel film Senso del 1954.
Ma le tele più di macchia di Signorini rimangono i paesaggi come Pascoli a Castiglioncello, una vampata di colore e di luce che rimane impressa nella memoria, sempre che non la si voglia fotografare con il cellulare, insulso sport anche a Palazzo Reale praticato da quasi tutti i visitatori.
Giuseppe Abbati è napoletano, figlio d’arte, con i genitori prima a Firenze poi a Venezia dove si forma all’Accademia di Belle Arti. Nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille e perde un occhio a Capua, ma ritorna a Firenze e continua a dipingere, inserendosi bene nella brigata toscana del caffè Michelangiolo. Splendida la sua Stradina al sole: sembra di essere sulla collina di Arcetri, chissà se Ottone Rosai si è ispirato a questo eroe risorgimentale.
Luigi Mussini ci mostra Il trionfo della Verità, ma qui di macchia ce n’è poca, mentre certamente c’è la sua convinzione a combattere per gli ideali risorgimentali. Insomma, un altro tassello per rendere vivace la mostra e sottolineare quanto questi artisti fossero legati a questi ideali.
Tuttavia, dissento da questa forzatura ideologica, pur riconoscendo che alcuni di loro erano ferventi patrioti, ma nei loro dipinti non traspaiono queste convinzioni: che messaggi risorgimentali si possono mai trovare nel Ritorno dalla messa di Cristiano Banti, così simile peraltro nella composizione al capolavoro di Sergey Vasilyevich Ivanov custodito alla Galleria Tret’jakov di Mosca (Famiglia, 1907, ndr), o nel Dopo pranzo, il pergolato di Silvestro Lega?
Certamente Francesco Saverio Altamura dipinge La prima bandiera italiana portata a Firenze, e Fattori con potenza ritrae Garibaldi a Palermo, ma è più cronaca che politica.
Raffaello Sernesi muore da fervente garibaldino dopo essere ferito nella battaglia di Condino, ma il suo bellissimo Pratone alle Cascine che cosa ha di risorgimentale?
E ancora Michele Tedesco, lucano di nascita, con i suoi ritratti di donne in lettura e il bellissimo Piccioni viaggiatori che sembra ambientato nella stessa identica terrazza delle Primizie di Borrani quale altro messaggio vorrà trasmettere se non quello di una vita quotidiana?
Una curiosità che devo a Wikipedia: il termine “Macchiaioli” fu utilizzato dalla Gazzetta del Popolo (quotidiano piemontese a me caro, ci scriveva mio nonno le piccole cronache del Canavese) per la prima volta nel 1862 in occasione di un’esposizione fiorentina. In realtà l’espressione fu coniata dal giornalista in senso denigratorio, ma i pittori oggetto della definizione decisero da allora in poi di adottare tale termine come identificativo del loro gruppo.
Erano pittori, sfortunati come tutti gli artisti che hanno innovato e la loro fu vera rivoluzione artistica, le loro opere rimasero per anni a impolverarsi negli studi e nei magazzini dei mercanti d’arte, fino a quando nella prima metà del Novecento furono riscoperti soprattutto a Milano, andando ad arredare le belle case dei milanesi, stanchi di soggetti di guerra.