La crescente presenza dell’AI nel web e sui social la rende sempre più attraente e usata dai giovani, con il rischio di diventare sempre più passivi mentalmente e manipolabili socialmente. Questo studio attinge al patrimonio intramontabile della paideia greca classica per proporre elementi per una formazione dei giovani d’oggi che li aiuti a sviluppare la propria personalità e ad autodeterminarsi, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni sulla base delle proprie conoscenze, in modo da non lasciarsi controllare dall’AI e dalla tecnologia attuale, ma controllarla e metterla al servizio degli altri. Alberto Gil è docente di Retorica all’Università della Saar e alla Pontificia Università Gregoriana a Roma, di Linguistica e transculturalità alla Pontificia Università della Santa Croce e responsabile del dipartimento di “Rhetorik und Ethos” nel centro di ricerca Ermeneutica e Creatività. Tra i suoi libri in italiano: L’arte di convincere. Come trasmettere efficacemente il tuo messaggio (Edusc, Roma 2018); L’arte di comunicare davvero sé stessi. Dieci lettere ai giovani (Edusc, Roma 2019).
Se si analizza, anche solo superficialmente, il panorama della società attuale, almeno in Europa, si può facilmente cadere in una crisi mentale, se non direttamente nella depressione: tasso di natalità bassissimo, emarginazione quasi totale della famiglia dalla vita pubblica, enorme aggressività dei giovani e loro mancanza di ideali, stato attuale e futuro dell’economia e della politica mondiale pericolosissimo… Per non parlare dell’irruzione dell’AI nella vita privata e professionale, soprattutto dei giovani, che spesso per comodità, altre volte per maggiore sicurezza, cedono al software l’attività cognitiva, la ricerca e la strutturazione del sapere e in generale della creatività. Il risultato è che l’AI diventa sempre più “intelligente” e noi sempre più limitati intellettualmente e moralmente, e di conseguenza più manipolabili.
Dalla “modalità aggressiva” alla “risonanza”
La condizione attuale è stata descritta dal sociologo tedesco Hartmut Rosa. Nella società attuale con molta facilità possiamo avere a nostra disposizione tante cose che ci piacciono o ci convengono. Dal punto di vista sociale, c’è l’urgenza della crescita economica, dell’accelerazione tecnica e della costante innovazione culturale. Tutto è accessibile e utilizzabile. Rosa parla di una modalità aggressiva (Aggressionsmodus) del rapporto uomo-mondo, spesso a scapito di coloro che non hanno le stesse possibilità di accesso a tali beni e vantaggi.
Il problema di questo atteggiamento emerge quando arriva un momento in cui le circostanze ci mettono i bastoni tra le ruote: evoluzioni catastrofiche a livello sanitario, pandemie, crisi economiche, catastrofi politiche, pericoli di guerra… Tutto questo può cambiare radicalmente il nostro mondo, renderlo minaccioso, e gli uomini perdono la loro pace e libertà, paralizzati dalla paura. È in questo contesto che Rosa introduce il suo concetto di risonanza. A differenza del desiderio di avere tutto, la risonanza corrisponde a un atteggiamento di ascolto e osservazione del messaggio che ci viene dai diversi eventi e fenomeni: che cosa mi dicono tutti questi avvenimenti o questi comportamenti? Quali possono essere il mio atteggiamento e la mia reazione adeguati di fronte a essi? Tuttavia, l’esperienza ci insegna che non è affatto facile acquisire un atteggiamento di risonanza. Come ottenerlo?
Sicuramente non si tratta di premere un pulsante e cambiare atteggiamento, poiché la situazione attuale fa parte di un processo di lunga durata, ma ciò che è chiaro è che bisogna fare qualcosa, non si può semplicemente essere spettatori di un panorama così desolante. Nella storia dell’umanità, di fronte a situazioni minacciose, si è cercato di ascoltarne la risonanza e di trovare soluzioni che non tendessero a una cura superficiale della ferita, ma a un trattamento continuo, efficace e sostenibile. È ciò che chiamiamo educazione, e che i greci chiamavano paideia, ovvero come accompagnare il bambino (pais) alla maturità.
In tempi di grandi cambiamenti si è sempre reagito con un potente adeguamento della paideia.
La paideia e la sfida alla democrazia
In Grecia, nel V secolo a.C., il passaggio dalla tirannide alla democrazia ha significato una vera e propria rivoluzione culturale. E come dimostrano bene le conoscenze di base della storia, poco c’è di veramente nuovo nella vita degli uomini, poiché abbiamo una grande tendenza alla ripetizione. Per questo ci chiediamo: che cosa possiamo imparare dalla paideia greca per adeguare la nostra educazione odierna, con le sue particolari difficoltà, e quali sarebbero gli aspetti più specifici che potremmo aggiungere grazie alle conoscenze acquisite nella storia dell’educazione?
In Grecia, i cambiamenti di vita provocati dalla maggiore libertà derivante dalla democrazia hanno avuto molto a che fare con la valorizzazione della lingua e della sua efficacia comunicativa, della retorica. Ben presto emersero gli educatori del momento, i sofisti, maestri di saggezza, che offrivano di insegnare la virtù politica tanto necessaria (politiké areté). Non tardò a confrontarsi con loro Socrate, seguito dal suo discepolo Platone, che fondò l’Accademia, la prima istituzione universitaria degna di questo nome.
In che cosa consisteva lo scontro tra Socrate e i sofisti? Questi ultimi erano individualisti, ovvero cercavano il successo personale, la virtù politica che insegnavano era tecnica e la loro retorica era orientata al trionfo immediato. Socrate, al contrario, aiutava i giovani a non accontentarsi delle apparenze, ma a cercare l’Essere e il “perché” delle cose, a cambiare sé stessi per poter cambiare gli altri. Tra i molti rimproveri che rivolgeva ai sofisti, il più importante era che non si sottomettevano alla verità, ma la costruivano essi stessi con i propri discorsi secondo le loro convenienze. Per inciso, i sofisti erano maestri del linguaggio e hanno contribuito molto al suo uso e alla sua regolamentazione; oggi è più facile costruire la “realtà” con tutti i mezzi informatici a nostra disposizione. Possiamo ancora imparare dai sofisti a parlare meglio.
Socrate riflette lo spirito che sarà anche di quella prima Accademia, il cui principio pedagogico Platone basava su due pilastri: la passione per la scoperta della verità e il senso di comunità (a differenza dell’individualismo sofista), poiché il grande filosofo era convinto che la verità si trovi più facilmente in gruppo e unisca chi la cerca, a differenza della divisione che porta ciascuno ad “avere” la propria verità e a lottare con gli altri per avere ragione.
Un’eredità sempre attuale
Quali princìpi eterni possiamo trarre da questa educazione classica in tempi di grandi cambiamenti? Credo che i più importanti siano i seguenti:
- Concentrarsi sulla scoperta della realtà delle cose, del loro essere, e non accontentarsi delle apparenze.
- Liberarsi dalle esigenze di un successo personale immediato e saper collaborare con gli altri per il raggiungimento di un obiettivo sostenibile.
- Non confondere la verità con le opinioni, la famosa post-verità. Nel Fedro, Socrate dice che chi non è interessato alla verità, ma insegue le opinioni, finirà sicuramente per rendersi ridicolo.
- Non cercare una conoscenza che consista in un grande accumulo di dati, ma aspirare alla saggezza che, come ben dimostra il gioco di parole etimologico sapere-sapore, è un modo di vivere, di comprendere e godere della conoscenza.
- Una buona educazione mira all’acquisizione delle virtù adeguate che, come dice Socrate nel Gorgia, sono ciò che rende le persone veramente felici. Tra queste, un ruolo decisivo è svolto dalla responsabilità, ovvero dalla capacità di rendere conto delle proprie azioni.
Questa educazione volta all’acquisizione di una competenza civica (basiliké téchne) è talmente importante che Platone, nella sua Lettera VII, la richiede come funzione primaria dello Stato. Il suo discepolo, Aristotele, scrive un trattato su questo tema, intitolato Politica, che si basa sul seguente fondamento, ancora più attuale che mai:
L’uomo è un animale politico e l’unico dotato di lógos (intelletto e linguaggio); così può esprimere ciò che è utile o inutile, buono o cattivo. È il più nobile degli esseri viventi, ma se perde la sua sensibilità per la morale e il diritto, è il peggiore di tutti.
Possiamo riassumere dicendo che, di fronte alla sfida della democrazia, l’educazione greca mirava a far sì che i giovani raggiungessero la conoscenza vissuta, la saggezza, e crescessero nella loro personalità, cioè sviluppassero le virtù. In questo modo avrebbero acquisito la libertà necessaria per vivere la responsabilità di essere buoni cittadini.
E di fronte alle sfide attuali, che cosa possiamo assumere dai classici e quale può essere il contributo specifico di una paideia aggiornata?
Verso una paideia aggiornata alle esigenze attuali
Come nell’antichità classica, ma oggi con ancora maggiore urgenza, è necessaria un’educazione che promuova il desiderio di conoscenza, non nel senso di accumulare dati, ma di cercare la verità delle cose, di trovare il senso più profondo del sapere, poiché oggi tanta “informazione” è costruita, sono fake news. Il risultato sarebbe quello di controllare la tecnica, in concreto l’AI, e non lasciarsi controllare da essa per pigrizia.
Oltre a questa passione per la verità, è fondamentale crescere nella propria personalità per non lasciarsi trasportare dalle soluzioni più facili, avere la forza di carattere per andare controcorrente e formare criteri per distinguere il bene dal male. Naturalmente, l’esercizio delle virtù sarà la strada per crescere in forza ed eccellenza etica.
Questo patrimonio classico di saggezza e virtù non è affatto facile da comunicare, poiché il primato tecnologico e la qualità dei servizi offerti non aiutano a convincere del valore dello sforzo personale, soprattutto se i risultati sono di qualità inferiore, ma più nostri. Da qui ci chiediamo quali siano gli strumenti educativi a nostra disposizione. La nostra proposta in questo articolo è la via dell’anamnesi. È un prestito da Joseph Ratzinger tratto dal suo libro L’elogio della coscienza (Cantagalli, Siena 2009). L’idea principale di questo concetto platonico, che Ratzinger applica alla morale, è che i precetti non vengono dall’esterno, ma sono dentro di noi. La loro funzione è quella di risvegliare la memoria ancestrale del bene e del male. Tutti possediamo un “sensore” interiore di ciò di cui il nostro essere umano ha bisogno.
Se applichiamo questo concetto di anamnesi all’educazione, vedremo che si tratta di aiutare i giovani a scoprire il proprio io, la consapevolezza di chi sono e dove sto andando. Si tratta di aiutare a ricordare la propria eccellenza e ciò che la compone, riscoprire i tesori della nostra natura umana, sviluppare la memoria, la comprensione e la libertà di decisione.
Naturalmente, l’anamnesi ha bisogno di un aiuto esterno, che Socrate chiamava maieutica, l’aiuto al parto, alla consapevolezza dei miei valori. E questo aiuto mi sembra che possa concentrarsi su tre aspetti fondamentali di una paideia moderna:
1) autodeterminazione;
2) apertura di spirito;
3) spirito comunitario.
Vediamo più nel dettaglio.
1) Autodeterminazione, nel senso più positivo del termine, ovvero non cedere i propri diritti né i propri doveri ad altri, non lasciarsi sostituire da chi apparentemente può fare le cose meglio. In questo modo, non si perde l’identità professionale o stilistica nella scrittura e si cresce in responsabilità.
Dal punto di vista educativo, è importante sottolineare che il verbo “formare”, a differenza di “istruire”, non accetta così facilmente la forma passiva con “essere”. La frase “sono formato da qualcuno” non è così accettabile come “sono istruito da qualcuno (in qualcosa)”. In tedesco, la forma passiva con l’equivalente di “formare”, bilden, è un errore grammaticale, per questo si usa il composto ausbilden (istruire). “Formare” si usa con una diatesi media, cioè “formarsi” (sich bilden). Per il nostro argomento possiamo sottolineare che la migliore educazione è quella che porta lo studente a formarsi da solo, ad assumersi la responsabilità delle proprie conoscenze e competenze.
Qui risuonano due elementi che Rosa attribuisce alla risonanza:
- L’impressione (Affizierung): il mondo esterno non è semplicemente un oggetto di conoscenza o di uso personale, ma qualcosa che tocca, che impressiona chi lo percepisce.
- La risposta personale (Selbstwirksamkeit): l’osservatore reagisce all’impulso che lo colpisce, va incontro a quella realtà, si lascia avvicinare dalle persone e dalle cose.
Queste due caratteristiche della risonanza fanno sì che il soggetto non sia autonomo nel senso di non lasciarsi influenzare da nessuno, ma nel senso di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni sulla base delle proprie conoscenze, aprendo gli occhi al mondo circostante e alle opinioni degli altri. Arriviamo così al secondo aspetto della paideia moderna.
2) Apertura di spirito: in tedesco, una persona molto specializzata in qualcosa, ma che manca di altre competenze o di cultura generale, cioè che si interessa solo al proprio argomento, viene chiamata Fachidiot, “specialista-idiota”. Naturalmente, oggi nessuno può essere un doctor universalis come sant’Alberto Magno, ma ci si può interessare a ciò che si trova a destra e a sinistra della propria specialità, soprattutto a ciò che ha a che fare con le discipline umanistiche, principalmente nel senso di conoscere molto sull’uomo e crescere come persone. Herder diceva: guai a noi se nella nostra futura professione smettiamo di essere uomini! Infatti, il mero sapere ci rende tristi (sant’Agostino).
Da qui deriva la figura del Gentleman proposta da Newman nelle sue famose lettere sull’Università, che lavora sul proprio carattere in modo che la conoscenza acquisita lo porti a giudicare con maggiore ragionevolezza, a pensare meglio, con più prudenza, ad acquisire profondità filosofica e così trovare il proprio centro vitale, la propria identità, e tornare sempre a essa.
Questa apertura dello spirito basata sulla consapevolezza della propria identità lo aiuterà a non fuggire dai progressi della scienza, ma a esserne protagonista, senza lasciarsi trasportare così facilmente dalle mode o dal mainstreaming. Schiller lo esprimeva così: andare con il nostro secolo, ma non esserne il prodotto. Dal punto di vista della fede, Giovanni Paolo II incoraggiava un pubblico universitario nella Cattedrale di Colonia il 15 novembre 1980, proprio nella festa del Doctor universalis, ad approfondire i propri studi secondo i criteri scientifici corrispondenti, poiché trovare la verità significa essere molto vicini a Dio, autore sia della natura sia dell’intelletto umano.
Questa apertura dello spirito porta ad agire, non solo a interessarsi teoricamente ad altre idee o alla Rivelazione. Da qui possiamo attingere alla terza categoria della risonanza, la Trasformazione (Transformation): dopo un momento di risonanza non è possibile continuare come prima. Qualcosa risuona in noi e ci fa cambiare vita.
3) Spirito comunitario: dalla bolla fondatrice dell’Università di Parigi (1231), Pares Scientiarum, di papa Gregorio XI, deriva il nome Università, poiché in questo documento si fa riferimento alla comunità dei suoi membri come Universitas magistrorum et scholarium, un gruppo di insegnanti e studenti. L’idea di Platone secondo cui la verità si trova più facilmente in gruppo risuona qui, tanti secoli dopo.
La quarta categoria di Rosa sulla risonanza serve a focalizzare meglio il tema dell’educazione alla comunità. Si tratta dell’indisponibilità (Unverfügbarkeit): la risonanza non può essere manipolata con strumenti, non è disponibile o prevedibile. Imparare a vivere in comunità significa soprattutto non voler dominare l’altro: nessuno può essere a mia disposizione, ma si tratta piuttosto di instaurare una relazione personale. Per approfondire la relazionalità, è molto illuminante il sociologo bolognese Pier Paolo Donati, che costruisce la sua sociologia su questa base di relazioni reali esistenti tra i membri di una società.
Donati invita a costruire una cultura delle relazioni interumane che siano in grado di generare forme di vita sociale in cui la fede e la fiducia siano promosse e non disprezzate. Da queste relazioni umane nascono beni relazionali, cioè beni comuni dei soggetti che sono in relazione. Naturalmente, da una relazione reale tra persone possono nascere anche mali relazionali, che non edificano, ma distruggono.
Secondo il sociologo italiano, i beni relazionali si generano quando dalla relazione io-tu nasce un noi, quando la vita diventa un progetto condiviso con gli altri. La dimensione educativa consiste nell’imparare a vivere l’alterità in modo positivo, dove ci si concentra più sulle differenze che sulle coincidenze. Il concetto sociologico di Donati è un modo molto intelligente di gestire le differenze, di renderle sinergiche, in modo che ciò che è diverso diventi un tu, da cui possa nascere una relazione, un noi, in cui ciascuno si riconosca nella propria identità, formando una relazione con l’altro. Si tratta di una reciprocità nelle differenze.
Come si può vedere, molti problemi non trovano una soluzione diretta, e tanto meno immediata. La soluzione va conquistata con fatica, è un bene relazionale che nasce quando, paradossalmente, si lascia andare l’altro, la cosa, e si crea un clima di distensione e rispetto, quando regna la risonanza e non il desiderio di potere.
Educazione alla relazionalità tra persone “in carne e ossa”
Proprio in una società in cui vi sono sempre più dispersione e individualismo e le relazioni sono mediatiche o solo virtualmente amichevoli, è più che mai necessaria l’educazione a una relazionalità interumana da cui scaturiscono beni relazionali, come la reciprocità, la fiducia e la conoscenza.
Una paideia aggiornata consisterebbe nell’entusiasmare i giovani per la realtà della loro persona e delle loro possibilità, scoprire in sé stessi ciò che li rende veramente felici, perché sviluppa ciò che è costitutivo della persona: il pensiero, il volere liberamente e l’esercizio della memoria, che non affidiamo alla memoria di un computer, ma coltiviamo in noi stessi, perché è la nostra storia, la nostra identità e il sapere accumulato da cui possono scaturire atti creativi.
È urgente tenere in grande considerazione lo sviluppo della personalità di ciascuno, non solo per resistere alla comodità dell’AI, che fa tutto e molto bene, ma anche per essere sempre più noi stessi. Ci porta a non lasciarci controllare dall’intelligenza artificiale e da tutta la tecnologia attuale, ma a controllarla e metterla al servizio degli altri.
Ho trovato una convergenza con molti dei pensieri qui espressi in un libro molto bello e utile di Vincenzo Marchica, La usano già: Come aiutare i tuoi figli a usare l’AI senza subirla (Selfpublishing 2026, pp. 128, € 15,60; formato Kindle € 7,62). L’autore, informatico e padre, offre spiegazioni chiare sul funzionamento di strumenti come ChatGPT, TikTok, Instagram e YouTube. Attraverso queste illustrazioni, il testo aiuta a discernere tra un uso positivo di tali piattaforme e quel tipo di utilizzo che può, invece, avere effetti negativi sulla salute mentale dei ragazzi, fino a renderli dipendenti.
Attribuendo grande valore al ruolo educativo dei genitori, l’autore propone consigli pratici su come accompagnare i figli in questa tappa cruciale della loro crescita. Il libro è un prezioso contributo al presente e al futuro delle nuove generazioni.