22 agosto 1910. Una data che riecheggia ancora forte nella memoria collettiva della popolazione coreana. Quel giorno, infatti, il Paese, che a quel tempo era ancora unito, fu costretto ad annettersi completamente al Giappone diventandone, di fatto, una colonia. Da quel momento la penisola subì molteplici e profondi cambiamenti, che intaccarono non solo il sistema di governo, ma anche tutti gli ambiti della vita della popolazione fino alla liberazione, avvenuta il 15 agosto del 1945.
Ma perché il Giappone fu così violento nell’eradicazione del nazionalismo, della cultura e dei diversi aspetti della vita coreana? Le ragioni furono numerose. In primis, i coreani dovevano essere assimilati all’interno della cultura giapponese in modo da poter creare un vero e proprio impero governato dal Paese del Sol Levante. Proprio per questo motivo vennero promosse a gran voce la lingua giapponese e la religione shintoista, eliminando completamente dall’educazione tutto quello che poteva essere ricollegato alla Corea, quindi la lingua, la storia e la religione, sminuendo allo stesso tempo i grandi successi della penisola. Il nazionalismo e la cultura venivano infatti considerate come una forte minaccia al completo dominio del Giappone sulle proprie colonie. D’altronde, una colonia che preservava le sue caratteristiche e il suo spirito nazionale non si sarebbe mai integrata alle usanze di un altro Paese. Altro scopo del Giappone era quello di sfruttare al massimo le risorse e la forza lavoro della Corea: solo la creazione di una società culturalmente omogeneizzata avrebbe reso più facile il controllo e lo sfruttamento economico del Paese.
La lingua come arma di resistenza
Ovviamente, la popolazione coreana si oppose fortemente a questo tipo di politiche, sviluppando, al contrario, un intenso sentimento nazionalista che aveva lo scopo di proteggere tutte le sfaccettature della propria cultura e che si manifestò, soprattutto, attraverso la letteratura. Fu proprio per questo motivo che essa, fino a quel momento caratterizzata principalmente da espressioni poetiche e musicali quali sijo (시조, lett. ritmo del tempo), gasa (가사) e pansori (판소리, p’ansori), subì una profonda trasformazione, influenzata soprattutto dai movimenti illuministi e simbolisti provenienti dall’Occidente, diventando quella che oggi viene definita come Poesia della Resistenza.
La letteratura di questo periodo, considerata moderna, si tinse di illustri figure, attraverso la cui penna vennero riflesse le ideologie del tempo che impregnarono indelebilmente le pagine dei più importanti e influenti autori del tempo, attraverso i quali i ruggenti sentimenti del popolo coreano vennero trasmessi ai posteri.
Una delle caratteristiche tipiche di questa poesia fu che i suoi versi vennero composti utilizzando la lingua coreana, nonostante i divieti imposti dal Giappone. La lingua coreana venne creata nel 1443 e promulgata al popolo nel 1446, grazie agli sforzi e alla volontà di re Sejong (세종대왕) e del Chiphyŏnjŏn (집현전, Sala dei Degni), un gruppo di studiosi selezionati dal re, di fornire al popolo un mezzo di comunicazione efficace e di facile apprendimento. Prima dell’invenzione dell’han’gŭl (한글), nome dell’alfabeto coreano, di fatto venivano utilizzati i caratteri cinesi, chiamati hanja (한자) in coreano, che per secoli rappresentarono l’unico metodo di scrittura disponibile per la Corea.
Tuttavia, il difficile approccio a questo tipo di comunicazione ne rendeva l’apprendimento impossibile a tutta quella grande fetta di popolazione che non aveva le risorse per permettersi un’educazione adeguata. Per questo motivo la lingua coreana rappresenta ancora oggi uno strumento di rivalsa sociale, e per cui si decise di difenderla a qualsiasi costo durante il periodo di occupazione giapponese, utilizzandola come una vera e propria arma nei confronti del colonizzatore.
Le voci della resistenza poetica
Il XX secolo fu quindi un periodo di grandi sofferenze e tumultuosi cambiamenti per la penisola coreana, tra violente repressioni e proteste di rivolta. Tra le più famose viene ricordata quella del Movimento di Protesta del 1° marzo 1919, nota anche come Movimento Sam-il, inizialmente nata come manifestazione pacifica, ma repressa poi con la violenza. A questa protesta parteciparono diversi poeti dell’epoca, come per esempio Yi Sanghwa (이상화, 22 maggio 1901 – 25 aprile 1943), la cui poesia si tinse principalmente di tematiche legate al patriottismo e alla natura, forte simbolo della forza spirituale della Corea, correlato a un forte senso di nostalgia, che viene ritrovato anche in opere contemporanee. Si fece anche portavoce del dolore collettivo del popolo coreano, senza mai tralasciare l’aspetto umano e individuale di questa sofferenza. Nel corso della sua vita scrisse diverse poesie, quali Gioia di un’Età Corrotta (말세의 희탄, Malseŭi Hŭit’an), Monotonia e Paesaggio Autunnale (가을의 풍경, Kaŭrŭi P’unggyŏng), pubblicate sulla rivista letteraria Paekcho nel 1922. Questi suoi primi scritti, tuttavia, richiamavano un mondo poetico molto più velato e coerente con altre espressioni poetiche del tempo. Giunse a una vera e propria espressione di Poesia di Resistenza solo nel corso del 1925, anno in cui lo stesso autore, spronato da una sempre crescente preoccupazione nei confronti delle politiche giapponesi, compose la poesia che lo rese noto in tutta la penisola: Will Spring Return to the Stolen Fields (빼앗긴 들에도 봄은 오는가, Ppaeatkin Tŭre-do Pomŭn Onŭn-ga, 1926). L’opera descriveva minuziosamente la situazione in cui versava la Corea al tempo, utilizzando in maniera strategica immagini che riportavano al mondo naturale della sua terra o avvenimenti accaduti poco prima dell’annessione del Paese al Giappone.
Un altro importante autore che partecipò al Movimento Sam-il fu Sim Hun, il cui vero nome è Sim Daesŏp (심대섭, 12 dicembre 1901 – 16 settembre 1936). All’inizio della sua carriera, anch’egli, si incentrò sulla stesura di pezzi molto lontani dalla realtà della resistenza, quali pièce teatrali e sceneggiature cinematografiche. Dal 1930 la sua scrittura subì un ulteriore cambiamento, passando alla narrativa, pubblicando, nello stesso anno, un romanzo serializzato, bruscamente interrotto dalla censura giapponese, e la famosa poesia Quando Verrà quel Giorno (그날이 오면, Kŭnari Omyŏn, 1949), seguita da una raccolta portante lo stesso nome. La poesia canta della futura indipendenza del Paese ormai rinnovato grazie al lavoro agricolo e alla solidarietà comunitaria. I suoi scritti, infatti, vengono ricordati per i forti sentimenti di speranza e ottimismo intrisi in essi, basati sulla forte fede della bontà intrinseca e comune degli esseri umani. Nel 1934 pubblicò brevi romanzi, tra cui Sempreverde (상록수, Sangnoksu, 1935), che racconta dello sviluppo rurale del Paese, descrivendo profondamente i valori di resilienza e solidarietà del popolo coreano.

Yi Yuksa nel 1941
Altri autori si distinsero per il loro impegno nella lotta diretta contro il Giappone, come Yi Yuksa (이육사, 4 aprile 1904 – 16 gennaio 1944). Egli, insieme ai suoi fratelli, prese parte a diverse guerriglie cittadine, venendo arrestato ben 17 volte e diventando il poeta nazionalista più noto e ricercato dalla polizia giapponese. Ovviamente, non si dedicò solo ad azioni violente, ma anche alla stesura di testi poetici. I suoi anni più prolifici si concentrarono maggiormente tra il 1936 e il 1941, anche se la sua prima poesia venne pubblicata nel 1930 con il titolo Cavallo (말, Mal). Tuttavia, i suoi scritti più famosi sono Crepuscolo (황혼, Hwanghon, n.d.), Uva Matura (청포도, Ch’ŏngp’o-do, n.d.), Vetta (절정, Chŏlchŏng, n.d.) e Fiore (꽃, Kkot, n.d.). In particolare, all’interno delle sue opere, vengono sottolineati diversi aspetti del patrimonio culturale coreano, considerati dall’autore come essenziali per poter mantenere viva la coscienza del popolo. Yi Yuksa scrisse, infatti, poesie con l’intento di celebrare il coraggio e la dignità del popolo coreano, unite ad un forte sentimento di speranza per la costruzione di un futuro migliore, attraverso l’impiego di un doloroso, ma necessario, sacrificio. A questo scopo, la Corea occupava un ruolo di centrale importanza nella sua poetica, rappresentata spesso come sacra e degna di ogni sacrificio, descrivendone soprattutto gli spettacolari elementi naturali.
Infine, è necessario dedicare uno spazio ad uno dei maggiori rappresentanti della Poesia della Resistenza, nonché autore più giovane a perdere la vita per la causa del suo Paese: Yun Dongju (윤동주, 30 dicembre 1917-16 febbraio 1945). Iniziò la sua carriera a partire dagli anni in cui frequentava le elementari, fino alla laurea conseguita nel 1941. Fu in quell’anno che compose la sua raccolta poetica più famosa: Cielo, Vento, Stelle e Poesia (하늘과 바람과 별과 시, Hanŭlgwa Paramgwa Pyŏlgwa Shi) che venne però pubblicata postuma, nel 1948. Della sua poetica si può dire che venne fortemente influenzata dal simbolismo francese unito a forme poetiche tipicamente coreane, in modo da esaltare ancora più profondamente gli elementi tipici della cultura coreana. All’interno delle sue opere, riflette molto spesso sulla propria identità e responsabilità personale, avendo vissuto in un periodo costellato da ingiustizie, domandandosi allo stesso tempo cosa potesse essere definito come persona morale durante quei tempi di oppressione. Pur non essendo un autore apertamente politico, riusciva brillantemente a trasmettere il dolore per la perdita della sovranità della Corea e il suo desiderio di contribuire al riscatto della patria, unendole ad immagini naturali, quali cielo, stelle e vento, per riflettere acutamente tutte le sue emozioni e quelle della sua patria.
Traduzioni di testi scelti a cura di Mazzali Bianca.
Tornerà la primavera in questi campi rubati?
Tornerà la primavera anche in questi campi che ora sono d’altri?
Io ricevo la luce del sole su tutto il corpo e
Seguendo la strada tra i campi di riso, simile ad una scriminatura, cammino come se fossi in un sogno, andando solamente avanti
Verso il luogo in cui il cielo blu e i campi verdi si incontrano.
Oh, cielo, oh campi, con le labbra serrate
Nel mio cuore sento di non essere arrivato qui da solo!
Sei stato tu a trascinarmi qui? Chi mi ha chiamato? Che frustrazione! Su, parla!
Non fermarti nemmeno per un secondo
Mentre il vento sussurra nelle mie orecchie e scuote l’orlo dei miei vestiti e
Un’allodola ride spensierata dietro le nuvole, come una giovane donna oltre una staccionata.
Oh, campo di orzo, che sei cresciuto rigoglioso e con gratitudine,
grazie alla fine pioggia caduta oltre la mezzanotte di ieri,
hai raccolto i tuoi capelli come una treccia! Persino la mia testa ora è leggera.
Anche se da soli, camminiamo con determinazione.
Il gentile canale che scorre e abbraccia l’arido campo
Danza da solo felicemente e canta una canzone che calma un neonato.
Farfalle, rondini, non siate sfacciate!
Dovete salutare anche le celosie¹ e i fiori di campo!
Sia chi spalmava l’olio di ricino, sia chi zappava quei campi, mi mancano tutti.
Posa una zappa in queste mie mani.
Questa terra soffice, simile a seni pieni di vita
Voglio calpestarla fino a sentire le caviglie intorpidite, e persino sudare con piacere.
Mio spirito, che corri senza tregua
Come un bambino appena uscito da un fiume,
Che cosa cerchi? Dove vai? Fa così male, che quasi fa ridere. Rispondimi, ora!
Io, con il profumo di erba fresca su tutto il corpo,
in mezzo ad una gioia e a un dolore bluastri che si mescolano,
cammino zoppicando tutto il giorno. Forse, anche lo spirito della primavera è sbocciato.
Ma, ora, avendo perso i campi, abbiamo perso anche la primavera.
Yi Sanghwa
¹ Fiore noto anche con il nome “fiore di gallo”, nella cultura coreana indica la resilienza.
Quando arriverà quel giorno
Quando arriverà quel giorno, quando arriverà quel giorno
Il monte Samgak si sveglierà e danzerà con gioia e
L’acqua del fiume Han sgorgherà con la forza di un drago quel giorno
Se solo tu arrivassi prima che questa vita finisca
Io volerò come un corvo nel cielo notturno
E suonerò la campana di Jongno² con la testa
Anche se il mio cranio dovesse rompersi in mille pezzi
Quale rimpianto rimarrebbe? Anzi, morirei di gioia!
Quel giorno arriverà, oh, quel giorno arriverà
Anche se dovessi correre piangendo e strisciando lungo la strada che porta alle Sei Corti³
Anche se strappassero con una spada la pelle da questo corpo
E vi costruissero un immenso tamburo da portare sulle spalle
Che guiderà il vostro corteo
Penso che il mio cuore scoppierebbe comunque di gioia.
Quando finalmente sentirò quel potente suono
Chiuderò per sempre gli occhi.
Sim Hun
² Campana rituale con cui veniva celebrato il Capodanno cinese in Corea.
³ In Corea, questo era il sistema governativo durante la dinastia Chosŏn, e le “Sei Corti” erano le istituzioni che gestivano l’amministrazione del paese.
Crepuscolo
Scosto la tenda della mia stanza e
Accolgo il crepuscolo, con un cuore sincero
Proprio come i bianchi gabbiani del mare
Quanto è grande la solitudine dell’uomo?
Oh, crepuscolo, allunga con forza la tua morbida mano
Vi poserò liberamente le mie labbra ardenti
E permettimi di posarle
Su tutte le cose strette sul tuo grembo
Anche laggiù, sulle stelle scintillanti dello zodiaco
Anche sulle suore nella foresta silenziosa, dove risuonano le campane al tramonto
Anche su quei tanti prigionieri sopra ad un pavimento di cemento
Quanto trema il loro cuore, senza nulla a cui aggrapparsi?
Anche sulla carovana di mercanti che attraversa il deserto di Gobi sul dorso dei cammelli
Anche sugli arcieri indiani nel verde africano
Oh, crepuscolo, affida solo metà della Terra alle mie labbra ardenti,
anche se solo per il tempo che mi accoccolo sul tuo morbido grembo
La mia stanza di maggio è così accogliente
Oh, crepuscolo, anche domani aprirò ancora quella verde tenda
Che ricorda il suono di un ruscello che sparisce nell’oscurità
Una volta raffreddato, sembra che non potrà più tornare.
Yi Yuksa
Autoritratto
Giro l’angolo della montagna e, da solo, cerco quel pozzo isolato ai margini della risaia e lo osservo in silenzio.
È autunno e dentro al pozzo splende la luna, le nuvole scorrono, il cielo si apre e il vento blu soffia.
E poi c’è un uomo.
Chissà perché inizio a odiare quell’uomo e me ne vado.
Mentre me ne vado, pensando a lui, inizio a provare compassione.
Torno indietro e osservandolo attentamente, quell’uomo rimane immutato.
Ricomincio a odiarlo e di nuovo, me ne vado.
Mentre me ne vado, pensando a lui, comincio a provare nostalgia.
È autunno e dentro al pozzo splende la luna, le nuvole scorrono, il cielo si apre, il vento blu soffia e c’è un uomo, come un ricordo.
Yun Dongju